sabato 24 dicembre 2016

Natale 2016

http://pixdaus.com


Quasi mi sfugge il tempo per trovare parole per gli auguri a tutti i lettori, amici e conoscenti. 

Buon Natale! 

Ed è già Natale!

Natale di impegni, di fatiche, di pensieri e preoccupazioni.

Natale di Serenità, di Pace e di Gioia.

Che sia un bel Natale per tutti.

Buon Natale!

Con tutto il Cuore.

Stefano Balestreri

* P.S. : Ci vediamo a Gennaio !

lunedì 21 novembre 2016

Pluteus leoninus

Pluteus leoninus (Schaeff.: Fr.) P. Kumm

                   Pluteus leoninus           © S. Balestreri

Mi ero ormai convinto per questa settimana di “balzare” (uso un termine del gergo giovanile per vedere di catturare dei followers giovani) la pubblicazione del post, ma ho fatto lo sbaglio di decidere, dopo tanti tentennamenti, di sistemare l’archivio fotografico e mi è balzato (questa volta il termine è normale…) all’occhio uno scatto di qualche autunno fa…

Pluteus leoninus: un bel funghetto che ha il colore del manto del re della foresta, mentre il nome del Genere ci riporta agli antichi “plutei”, ovvero ai grandi “scudi”, utilizzati come riparo dagli assedianti durante gli attacchi.

                     Pluteus leoninus           © S. Balestreri
Ha il cappello che difficilmente raggiunge i 5 cm di diametro, convesso campanulato inizialmente, poi appianato a maturità, evidenziando talvolta un largo umbone. 


Spore in massa   © S. Balestreri
La cuticola gialla è granulosa e fibrillosa nella zona discale, striata all’orlo.

L’imenio è a lamelle libere al gambo, di color bianco crema che diventeranno rosate per la colorazione in massa delle spore, tipico del Genere Pluteus.

Il fungo ha gambo slanciato, biancastro, più giallastro verso la base leggermente ingrossata, quasi bulbosa.

Cresce singolo o in pochi esemplari su detriti legnosi in prossimità di faggi ed è segnalato come abbastanza raro.


Il riposo dall’impegno del blog, preventivato per questo fine settimana, già fitto di altre incombenze, è rimandato: ancora una volta la bellezza mi ha attratto, inesorabilmente!

Stefano Balestreri

Cita questa pagina:
Balestreri S.(2016 Novembre) Pluteus leoninus... Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/11/pluteus-leoninus.html






lunedì 14 novembre 2016

Pulchroboletus roseoalbidus

Apprezzo ogni giorno l’opportunità di poter avere contatti a distanza con appassionati di micologia. È il caso di Angelo Miceli che dalla bella Sicilia mi coinvolge informandomi sui suoi studi e ritrovamenti. Un vero e proprio “ponte“ virtuale con i funghi dell’Isola grazie alle sue “Riflessioni micologiche”. Recentemente avevo pubblicato per intero il suo ritrovamento e studio di Amanita ponderosa, questa volta tocca ad un’interessante Boletacea. Eccone un estratto essenziale per comprendere la specie

Pulchroboletus roseoalbidus (Alessio & Littini) Gelardi, Vizzini & Simonini (2014)

                   Pulchroboletus roseoalbidus         Foto F. Mondello
L’esame generale dei carpofori, limitato alla sola osservazione delle caratteristiche morfo cromatiche esterne, in particolare il colore del cappello bianco-rosato, comune a diverse specie, lasciano facilmente dedurre una notevole similarità con altre boletaceae quali Xerocomus armeniacus, Xerocomus persicolor e Xerocomus rubellus, tutte appartenenti al Genere Xerocomus nel quale il “Nostro Protagonista”, a seguito del suo primo ritrovamento, veniva inserito per essere spostato, successivamente, prima nel Genere Boletus e poi nel Genere Pulchroboletus.

Si tratta di una specie poco descritta in letteratura e della quale sono segnalati pochi ritrovamenti: il primo nel 1986 in Gallura (Sardegna) ad opera di Giuseppe Littini con successiva descrizione; nel 1987, da parte dello stesso e di Carlo Luciano Alessio; in tale occasione gli veniva attribuita la denominazione di Xerocomus roseoalbidus (Cfr. R. Galli - 2013), ed inserita, appunto, nel Genere Xerocomus. Successivamente, a seguito di recenti studi di natura morfologica ed in conseguenza di appurate correlazioni filogenetiche, condotti dai micologi Gelardi, Simonini e Vizzini, è stata riposizionata, nell’anno 2014, nel Genere Pulchroboletus, appositamente creato per ospitare la nuova specie che, tra l’altro, al momento attuale, è l’unica a farne parte. La sua posizione sistematica, in senso ascendente, la vuole inserita nella Famiglia Boletaceae, Ordine Boletales, Classe Basidiomycetes.

Pulchroboletus : dal latino pulchro = bello e boletus = bel boleto e roseoalbidus: dal latino roseus = roseo e albus = bianco – bianco rosato, con espresso riferimento ai colori del cappello
Pulchroboletus roseoalbidus         Foto F. Mondello
Cappello: di piccole-medie dimensioni, inizialmente emisferico, poi convesso-appianato con piccola depressione imbutiforme centrale; margine leggermente involuto con andamento irregolarmente sinuoso. Cuticola asciutta, rosata con zone biancastre, tendenti al crema-rosato.

Imenoforo: costituito da tubuli lunghi che si poggiano sul gambo in maniera adnata fino a leggermente decorrente, si presenta con colori tipicamente giallastri tendenti al giallo-verdastro. I pori, inizialmente piccoli, si allargano, con il progredire della maturità, assumendo un aspetto angoloso; di colore inizialmente giallo tendono, poi, al giallo-verdastro; alla digito pressione virano leggermente al blu-nerastro.

Gambo: tozzo, cilindrico, sinuoso, allargato all’apice, fusiforme alla base, pieno, duro alla digito pressione, fibrilloso e coriaceo, leggermente costolato nella zona superiore e punteggiato-pruinoso in quella mediana ed inferiore; spesso attaccato con il gambo di carpofori vicini. Prevalentemente di colore giallastro con toni rosso-brunastri alla base, blu-nerastri al tocco.

Carne: inizialmente soda e compatta, poi, verso la maturazione, molle, crema-giallognola con toni rosati nella zona immediatamente sottostante la cuticola e in quella soprastante i tubuli; giallo-crema nel gambo con viraggio irregolare verso il grigio-bluastro.

Habitat: cresce, tipicamente, in simbiosi con latifoglie, specialmente querce (Quercus cerris, Q. pubescens, Q. suber) o castagni (Castanea sativa), si presenta singolo o cespitoso, unito per la base con quella di altri carpofori. Molto raro, pochi sono i ritrovamenti segnalati e limitati ad alcune regioni d’Italia.

Angelo Miceli

Cita questa pagina:
Balestreri S.. (2016 Novembre) Pulchroboletus roseoalbidus.. Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/11/pulchroboletus-albus.html










lunedì 7 novembre 2016

Carpaccio di Fistulina hepatica



L’avevo promesso e finalmente posso mantenere la parola: la ricetta della Fistulina hepatica è arrivata dall’amico Antonio Carocci e devo dire che val la pena di provare questo piatto.

Antonio, profondo conoscitore del mondo fungino, è anche un ottimo chef “fungoso” e si diletta spesso con ricette usuali e preparazioni originali. Ho avuto la fortuna di fare un assaggio dei suoi Piopparelli all’ultimo incontro a Vallombrosa la primavera scorsa: perfetti!

Con i passaggi proposti, scopriamo insieme le modalità per assaggiare un fungo che nasconde sapori e proprietà uniche.

Prima di tutto troviamo un bell’esemplare giovane e fresco di Fistulina, laviamolo bene ed asciughiamolo con un canovaccio pulito.




Per poterlo mangiare in insalata, bisogna eliminare la cuticola abbastanza glutinosa del cappello che, con un po' di pazienza, si riesce a togliere anche tutta.

In seguito asportiamo con un coltello ben affilato l’imenoforo (la parte ruvida sottostante il cappello), tagliandolo poco per volta.

Asportiamo anche la parte più dura del gambo laterale facendo molta attenzione a non tagliarci!
Guardando ciò che rimane, si capisce perché l'hanno chiamata "hepatica".






Tagliamo il fungo a fettine non troppo sottili, condiamo con olio, sale abbondante, un poco di pepe e limone, poi mettiamo in frigo a riposare per qualche ora.







Nel piatto troveremo un liquido rosso, molto aspro, che andremo ad eliminare passando la preparazione sotto acqua corrente.



La condiremo di nuovo esattamente come prima, ma se vi piace il gusto un po' aspro non sciacquatela e godrete di una "bomba" di vitamina C.


Stefano Balestreri



Cita questa pagina:
Balestreri S.. (2016 Novembre) Carpaccio di Fistulina hepaticai... Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/11/carpaccio-di-fistulina -hepatica.html

lunedì 31 ottobre 2016

Boletus regius

Boletus regius  Krombh.

                                                          Boletus regius                                  (C) Franco Sotgiu
Dopo tre post su funghi strani e poco conosciuti, eccone uno su un frutto della nostra Terra veramente regale.

Boletus regius, il re dei boleti o… un boleto da re?
Gambo reticolato

Propendo perché sia il re dei Boleti, per la sua bellezza, per i suoi colori che non passano certo inosservati. 

Pare invece che il suo sapore non sia certamente così maestoso, tanto da essere utilizzato in parte nei misti e non come unico rappresentante di un piatto di funghi.

Guardando l’immagine non sarebbe necessaria la descrizione di questo magnifico boleto per poterlo identificare, ma qualche particolare è il caso di evidenziarlo.

Il portamento è in tutto e per tutto quello di un porcino, ma i colori fanno pensare che a dipingerlo sia stato un bimbo che ha voluto divertirsi con la fantasia e l’estro tipico della giovane età.

                          Boletus regius         (C) Franco Sotgiu
La cuticola del cappello risulta asciutta, leggermente feltrata, di un bellissimo mix di colori rosa vivace, carminio e lampone. 

L’imenio ha tubuli e pori giallo vivo, immutabili al tocco. 
Il gambo, di un giallo più tenue, è spesso soffuso verso la base di un delicato color lillacino finemente ricoperto da un reticolo che riprende la tinta della parte superiore. 

Al taglio, la carne, anch’essa gialla, non vira.


Cresce sotto latifoglia (quercia, castagno, betulla, faggio) ed è presente dalla primavera all’autunno in aree temperate.


Tassonomicamente è inserito nei Boleti della Sezione degli Appendiculati, contraddistinta da rappresentanti con imenio giallo e, all’assaggio della carne, da un sapore dolce.

* Un ringraziamento ed un saluto a Franco Sotgiu per le immagini gentilmente fornite

Stefano Balestreri


Cita questa pagina:
Balestreri S.. (2016 Ottobre) Boletus regius... Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/10/boletus-regius.html




lunedì 24 ottobre 2016

Simocybe rhabarbarina

Simocybe rhabarbarina   L. Poli, Musumeci & P. Alvarado  Sp. Nov.

                                                Simocybe rhabarbarina                                copyright L. Poli
A volte c’è bisogno di un evento eccezionale per farci riscoprire quello che ci circonda.

È con questa frase che un quotidiano locale ha aperto l’articolo che riporta un fatto che descrive, anche per i non addetti ai lavori, la scoperta di una nuova specie fungina.

Ed è giusto che anch’io faccia la mia parte riferendo qui, su AdM, di questo straordinario ritrovamento, reso ancor più eccezionale perché a farlo è stato l’amico e concittadino Luigi Poli, ma ancora più sorprendente è uno dei due luoghi del rinvenimento.

"I ritrovamenti sono stati effettuati nel Parco Naturale Regionale, Bosco delle Querce, di Seveso, piccola cittadina della bassa Brianza (Prov. di Monza-Italia), passata purtroppo alla storia nel 1976 per la tragedia della nube tossica di diossina rilasciata dalla azienda chimica Icmesa. Per la bonifica vennero utilizzate principalmente querce (Quercus robur L., Q. rubra L., Q. cerris L.), aceri, carpini, pioppi neri e bianchi, pini silvestri, tigli, betulle, frassini, salici e ornielli; mentre per le specie arbustive vennero utilizzati biancospino, rosa canina, ginestra, viburno, ginepro. A causa di questa diversità ecologica, ma soprattutto per la terra di riporto, si trovano in questo Parco specie fungine di altri ambienti completamente inesistenti nelle zone limitrofe. Trattandosi, comunque, di una stazione ecologica particolare in quanto è stata ricostruita (terreno + specie arboree) dopo la contaminazione della diossina, ma essendo il substrato di origine locale, non esotica (Tilia platyphyllos Scop.), si può ragionevolmente affermare che la specie possa essere di matrice endemica. Probabilmente si tratta di una specie con optimum vegetativo molto complesso che si adatta a un microclima assai localizzato, difficile da ritrovare altrove."

                                   Il Bosco delle Querce                    foto S. Balestreri
Un habitat divenuto del tutto particolare, quello del Bosco delle Querce, che vanta più di 700 specie di funghi censite in tutti questi anni dagli amici del gruppo micologico di Barlassina. 

Con il pensiero che ritorna inevitabilmente al disastro ambientale di quarant’anni fa, oggi penso che questo luogo, risultato degli interventi messi in atto per mitigare gli effetti negativi della diossina, sia da proteggere e preservare. 
Sicuramente a  noi appassionati di micologia regalerà ancora qualche sorprendente scoperta.
         Simocybe rhabarbarina     copyright L. Poli
Il fungo inizialmente era stato scambiato per un Crepidotus, perché i corpi fruttiferi si presentavano molto simili, ma a fare la differenza e a scatenare il bisogno di approfondire è stato il sapore particolarmente amaro di questa specie.
Notevoli le differenze microscopiche riscontrate ed il conseguente approfondimento con esami di biologia molecolare hanno portato i micologi a classificarlo in un altro genere.

È un funghetto veramente piccolo, non più grande di 10-15 mm; il cappello è inizialmente subgloso, poi campanulato semicircolare, fino ad assumere la forma di una piccola conchiglia. Bianco nelle prime fasi della crescita, assume poi una colorazione crema fino al marrone. Ha lamelle spaziate con  presenza di  lamellule, da bianche a brunastre a maturità. Il gambo è breve, ma ben evidente, ricurvo, eccentrico, raramente centrale. 
       Simocybe rhabarbarina    copyright L. Poli
Negli esemplari adulti sembra scomparire a causa della conformazione del cappello che lo avvolge completamente.  La carne è sottile, bianca, con odore poco rilevante, sapore spiccatamente e gradevolmente amaro, simile al rabarbaro. Le spore in massa sono bruno-ocraceo. 
L'habitat è rappresentato dai residui di legno e dai ramoscelli in decomposizione.

Un ringraziamento agli autori di questo interessante lavoro di cui potrete richiedere qui la pubblicazione sulla Simocybe rhabarbarina. (RMR,Boll. AMER, Anno XXXI, 2016 (3): 20-30)


Concludo con una frase di M. Escher dedicata a quel curioso di Luigi: “Colui che cerca con curiosità scopre che questo di per sé è una meraviglia”.

Stefano Balestreri

Cita questa pagina:
Balestreri S.. (2016 Ottobre) Simocybe rhabarbarina... Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/simocybe-rhabarbarina.html




lunedì 17 ottobre 2016

Pionnotes cesatii

Pionnotes  cesatii  (Thum.) Sacc.

Stranezze imperfette.

                       Pionnotes cesatii     foto Lodovico Clementi
Sono queste le cose che mi fanno venir la voglia di scrivere per AppuntidiMicologia, nonostante la difficoltà che si incontra a spiegare un fenomeno complesso con parole semplici.

Il tutto si è manifestato a seguito di una tardiva potatura su un albero di kiwi (Actinidia chinensis) la primavera scorsa: una bellissima macchia arancione ha ricoperto una ferita della pianta da frutto.

Dopo una breve ricerca e con l'aiuto di Lucio, ecco nome e cognome di questa interessantissima entità fungina: Pionnotes cesatii.  

Sono funghi microscopici che colonizzano i tessuti conduttori delle piante e ne degradano cellulosa ed emicellulosa presentandosi come un ammasso, un groviglio mucillaginoso che può estendersi anche per 20-30 cm sui tronchi.

Dal punto di vista della Sistematica è un deuteromycetes, quindi per sua natura un fungo strano ed imperfetto. (qui potrete trovare una spiegazione abbastanza fluida)

Sono funghi a cui non è ancora stato dato un nome formale. Sicuramente l’analisi molecolare ed il DNA ci aiuteranno a capire e a trovarne la giusta collocazione tassonomica.

Pionnotes cesatii
eccezionalmente su Robinia pseudoacacia foto L. Ponzoni
Il nome della specie è dedicato al botanico milanese Vincenzo de Cesati (1806-1883) che studiò particolarmente la flora lombarda e fu direttore dell’Orto Botanico di Napoli.

Bello ed evidente, pare comunque che non sia un fungo patogeno per le piante, ma una probabile difesa. 

Ancora una volta la natura mi stupisce. 




Stefano Balestreri









Cita questa pagina:
Balestreri, S. (2016. Ottobre).Pionnotes cesatii Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/10/pionnotes cesatii.html





lunedì 10 ottobre 2016

Exobasidium rhododendri

Condivido un articolo dell’amico micologo Nicolò Oppicelli che ci riporta alle piacevoli escursioni estive in quota, dove è possibile incontrare questo interessante fungo. 
Oltre alla descrizione del fungo e del suo esclusivo habitat, l’autore ci regala un’interessante curiosità. 

                                          Exobasidium rhododendri                     Foto Nicolò Oppicelli

Estate. Passeggiate in alta montagna: alte vette, ghiacciai, abetaie, marmotte, cervi… e rododendri. Questi ultimi sono un simbolo della flora ad alta quota: il Rhododendron ferrugineum, con i suoi colori rossi e rosati, ravviva i tornanti dei sentieri che si inerpicano sui pendii più o meno ripidi. 
Ma se il periodo è poco piovoso e i prataioli, le vesce o altri piccole specie sono assenti, dove osserviamo qualche curioso fungo?  Proprio sul rododendro. 

Si, avete capito bene: esiste un fungo che nasce sopra le piante di rododendro! Si chiama Exobasidium rhododendri, un nome difficile da pronunciare, che da oggi chiameremo “galla del rododendro”. 

Nella forma e nei colori ricorda un fiore oppure un nido d’insetti, oltre che una spugna dai colori accattivanti o una piccola pesca per le tonalità giallo rosate. Questa meraviglia è... un fungo parassita del rododendro, soprattutto della specie citata. Attacca la parte inferiore delle foglie formando delle escrescenze, chiamate per l’appunto galle, dapprima gialle, giallo-verdastre, poi rosa e infine rosse. 
       Exobasidium rhododendri      foto S. Balestreri
Queste escrescenze gibbose, che sono il fungo stesso, hanno una forma più o meno ovoidale, una consistenza spugnosa e sono croccanti, se le rompiamo con le dita, ma morbide all’interno, dove contengono una sostanza similgelatinosa giallo-rosata. Di solito compaiono a estate inoltrata o all’inizio dell’autunno e possono essere grandi da 2 a 5 centimetri di diametro. 

Nonostante il suo aspetto invogli all’assaggio, perché ricorda qualche attraente frutto di bosco, si tratta di un fungo che, a livello puramente gastronomico, non ha alcun valore e quindi viene ignorato, ma è usato per preparare il cosiddetto “olio di marmotta”, che si ottiene facendolo macerare in olio per un paio di settimane. Considerato dagli abitanti d’alta montagna un efficace rimedio contro i problemi articolari e per favorire la cicatrizzazione delle ferite, quest’olio ha un nome che nulla c’entra con il grazioso mammifero d’alta montagna. “Olio di marmotta” deriva, infatti, da marmottier, nome francese del Prunus brigantina, un cespuglio tipico dei passi alpini che separano la Francia dal Piemonte e che produce prugne gialle non commestibili. 
Exobasidium rhododendri   S. Balestreri

Dai noccioli di queste prugne si ricavava per l’appunto un olio molto pregiato nel quale si facevano macerare le galle dell’ Exobasidium rhododendri. Per ottenere l’olio di marmotta, nelle zone in cui il Prunus brigantina non cresce, si usava e si usa tuttora del normale olio d’oliva, ma il nome del preparato, purtroppo, ha messo in grossi guai il simpatico roditore d’alta quota, cacciato e ucciso per il suo grasso da chi cadeva nell’equivoco creato dalla definizione. Esistono tuttora dei preparati erboristici che dichiarano di contenere olio di marmotta: alcuni fanno riferimento in etichetta proprio al grasso dell’animale, altri alla galla del rododendro e/o al Prunus brigantina. Quindi, se vogliamo curarci uno strappo, scegliamo il prodotto a base di funghi... non della povera marmotta!


Infine un accenno a questo curioso genere: esiste in Italia anche l’ Exobasidium vaccinii, una sorta di “malattia” che causa alle piante di mirtillo pigmentazioni rossastre sulle foglie verdi, che a volte evolvono in piccole gallette giallastre. Inoltre, stando agli ultimi studi compiuti dai micologi giapponesi Zhen Ying Li e Guo, che negli ultimi anni hanno differenziato diverse specie di Exobasidium proprio in relazione al rododendro e ad altre piante della micoflora siberiana, questo genere annovera attualmente una trentina di entità descritte e differenti fra loro.

Nicolò Oppicelli

Cita questa pagina:
Oppicelli N. (2016 Ottobre) Exobasidium rododendri.. Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/10/exobasidium-rododendri.html

lunedì 3 ottobre 2016

Phaeolepiota aurea

Phaeolepiota aurea (Matt.: Fr.) Maire
 
                                    Phaeolepiota aurea                     © Jaroslav Maly'
È una rarità, fedele alle sue stazioni di crescita.
Infatti, ormai da qualche anno amici del gruppo micologico mi “sollazzano” con foto real-time inviate sul mio smartphone: sempre nello stesso periodo, sempre dagli stessi luoghi.
Io non l’ho mai incontrato in habitat, ma un fungo così non dovrebbe creare problemi per il riconoscimento
È unico, bellissimo e difficilmente lo trovi single, fattore, quest’ultimo, che facilita la determinazione avendo altri esemplari da valutare nei diversi stadi di crescita.
È un fungo di notevoli dimensioni, quasi quanto una Macrolepiota. Ha un colore uniforme su tutto il basidiocarpo, finemente impolverato di un bellissimo color tabacco-cannella (ruggine) nei giovani esemplari, che con la crescita schiarisce in ocra-giallastro-dorato.
 Phaeolepiota aurea         © Jaroslav Maly'
Il fungo è dotato di un interessantissimo velo parziale (anello) membranoso che ricorda una calza e che inguaina il gambo decorandolo con finissime pieghe. 
Una volta staccatosi dall’orlo del cappello, l’ampio anello ricade su se stesso mettendo in evidenza il colore ocraceo delle spore in massa. 
Se proviamo a tirare l’anello verso il basso, si staccherà facilmente fin quasi alla base del gambo. 
Nei giovani esemplari il cappello è globoso, leggermente umbonato, poi si apre mettendo in evidenza lamelle bianche che, a maturazione delle spore, diventeranno “rugginose”. 
Il gambo è cilindrico, pieno, leggermente ingrossato alla base, ove risulta essere quasi biancastro. La carne alla sezione è biancastra ed emana odore aromatico.
Il nome del genere è composto dal termine greco phaeo che sta ad indicare il colore bruno ruggine del fungo, oltre che il colore delle spore in massa.

Conosciuto in Spagna col nome di Fungo dei Pirenei, pur essendo commestibile ritengo sia proprio il caso di lasciarlo al suo posto, viste la sua bellezza ed eleganza, ma soprattutto per la sua rarità.

Stefano Balestreri

Cita questa pagina:
Balestreri S.. (2016 Ottobre) Phaeolepota aurea. Estratto da AppuntidiMicologia ©
http://www.appuntidimicologia.com/2016/10/phaeolepiota-aurea.html






Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...